Sto imparando a capire Kim Ki-Duk
9 Novembre 2005 by fasterboy
.. ma non basta ancora per coglierne le molteplici sfaccettature.
Piombato nel panorama delle mie visioni cinematografiche un po’ per caso con Ferro 3, il regista coreano ha fatto breccia nei miei gusti.
Ho avuto modo di vedere di recente "L’arco" e "La samaritana", prima di questi ho visto "Primavera, estate, autunno, inverno.. e ancora primavera"
L’impatto iniziale ? stato quasi puramente visivo. Le sue inquadrature sono disegnate come tele pittoriche e regalano evocazioni anche nella loro staticit
C’? poi l’espressione dei volti degli attori che il regista sceglie e riesce a trovare sempre adatti al suo immaginario filmico.
Ma quello che fa da padrone ? il silenzio, qualcosa che enfatizza il simbolismo dei suoi fotogrammi. Un silenzio che, superando spesso anche la colonna sonora, porta ad interiorizzare maggiormente la visione dei suoi film. Film intrisi di simbologie non facili da cogliere ma che permettono vari livelli di lettura e di interpretazione. Qui st? la sua genialit?, la possibilit? che ogni spettatore abbia una sensazione ed una interpretazione differente a seconda del percorso che esso affronta durante la visione del film.
Ferro 3 l’ho assimilato in tempi diversi e a vari livelli, quello principale ? stato quello prettamente visivo a partire dalla straordinaria foto della locandina.
Ma vorrei rimanere generico per spiegare come il mio percorso di avvicinamento al regista non mi ? semplice.
La cultura orientale, che emerge dai suoi film, non ? la cultura occidentale, ? assodato. Questo mi pone in un piano tale da apprezzare la sua cinematografia in maniera limitata, questo sinceramente non mi mette a disagio perch? quel poco che riesco a cogliere ? gi? molto rispetto alla mia capacit? di cogliere.
Metafore e simbologie mi han portato a considerare ogni attore come una figura puramente simbolica e poco fisica anche se poi la fisicit? dei suoi personaggi riporta sempre e comunque ad una dimensione umana dei suoi racconti.
Dei sogni, visioni surreali che parlano attraverso le immagini e le brevissime citazioni che fanno da apertura o chiusura dei suoi film.
Tutto ? reso essenziale, minimale asciutto e senza elementi che possono distrarre e l’attenzione ? universalmente focalizzata sul topic della sua storia, sia che sia un attore o un oggetto o una particolare vicenda.
Oltre che imparare a capire il suo cinema, ho acquisito elementi ulteriori per accrescere il mio senso critico cinematografico.
Gi? mi dava fastidio da tempo ma ora la cosa ? proprio quasi insopportabile, l’uso della "spiegazione" che viene fatto scientificamente in molto cinema americano, quello che mi fa pensare allo spettatore attonito che ha bisogno di essere coccolato ed assecondato se perde il filo del racconto…
Non mi piace il modo barocco di spiegare le trame e le vicende, le scene risolutrici dove le matasse si sbrogliano e all’uscita della sala uno si sente svuotato e non ha il bench? minimo germoglio di senso riflessivo sul film appena visto.
Amo invece le cose sospese che costringono un pensiero, un analisi anche dopo la visione del film, quando passeggio per il corso e ripercorro mentalmente pezzi del film, salgo in macchina e comincio a metabolizzare la storia, percorro la strada di casa alimentando le mie cellule celebrali con i piccoli e sostanziosi pasti del ristorante "Il senso critico" che grazie ad autori come Kim Ki-Duk comincia a fare affari con me
