Dispiegò le ali e volò via
21 maggio 2006 by fasterboy
Quell’angelo mi aveva appena succhiato il sangue, fino all’ultima goccia.
ero stordito, affranto, stupefatto, senza forze cercai di rialzarmi ma persi l’equilibrio schiantando ancora a terra.
Mi ricordo quando lo chiamai, avevo bisogno di qualche aiuto non sapevo neanche io per cosa, ma ne avevo bisogno.
Camminavo ai bordi della strada costeggiando dei campi di giovane grano, spuntavano qua e la dei rossi papaveri per creare punti di attrazione che ondeggiavano al vento.
Mi sentivo leggero come quei petali, petali fragili, il cui colore capovolgeva la percezione da tutto quel verde disteso a righe oblique.
Le macchine mi passavano di fianco sfrecciando, ignare della mia intima richiesta, io camminavo.
Ad un certo punto una mano si posò sulla spalla, io mi girai di scatto, ma non vidi nulla. Ripresi a camminare più veloce, avevo bisogno ora più che mai dell’angelo. Infilai un viottolo, un sentiero fra i campi e c’erano degli alberi secchi e degli alberi buoni. Mi fermai sotto uno buono che faceva ombra. Mi stavo guardando attorno quando una mano si posò sulla spalla, ancora mi girai per capire chi era, non c’era nessuno, "chi sei!" esclamai. Nessuna risposta. Intanto la strada era un ondeggiare sonoro di macchine di passaggio, il sole vibrava calore sulla terra ed io avevo bisogno dell’angelo.
Mi distesi all’ombra dell’albero per calmarmi un po’, cercavo di capire come poter evocare l’angelo, quell’angelo che avevo cercato e trovato già altre volte per gli altri, mentre per me è solo adesso che ne ho bisogno, e non so perchè.
Un leggero vento mi accompagnava la visione del cielo da sotto l’abero, disteso mi stavo realmente rilassando fino a prendere sonno malgrado la pulsione inquieta.
A quel punto l’angelo si rivelò davanti a me, aveva ali stanche e sbiadite, mal messe come dopo un lungo viaggio migratorio, il suo passo era incerto e chiaramente debole, si inginocchiò ma io ero addormentato.
C’era un bagliore metallico nei suoi occhi, erano lacrime di dolore che a stento volevano rigare il suo volto, erano lì, come pronte per un viaggio fino alla terra, ma sebbene ci fossero altre lacrime pronte a seguirle, erano immobili e tremolanti negli occhi. L’angelo era in ginocchio di fianco a me e mi guardava dormire. Fece scivolare una carezza sul mio volto, arrivò al collo e due dita si fermarono per tastare il pulsare della vena.
L’angelo sorrise, più come smorfia che altro, era debole e lui aveva bisogno di qualcosa, più di me.
Si abbassò ulteriormente, mi girò la testa a scoprire meglio il collo, un fremito scosse le ali, qualche grande piuma cadde stancamente, le altre si ridestarono.
Delicatamente morse il collo giusto sulla vena e con pazienza bevve dalla rossa sorgente il mio sangue, era sangue vivo che usciva baldanzoso, non durò molto perchè posando la bocca sui fori, l’angelo aspirò avidamente ciò che rimaneva e ciò che necessitava.
…
L’angelo era in ginocchio al mio fianco. Un rivolo rosso segnava un lato della sua bocca, gli occhi si erano seccati da tutte quelle impazienti lacrime che volevano fuggire, le ali avevano ripreso tono e vigore.
Io ero disteso sotto l’albero, forse dormivo e la mia testa si era svuotata di quella necessità che mi aveva portato lì. Un ronzio nella testa pian piano mi stava svegliando.
L’angelo si stava allontando a passo leggero e sicuro, io mi svegliai, non mi riconobbi, mi sentivo diverso, inusuale. Mi guardai attorno, vidi l’angelo in fondo al sentiero, dispiegò le ali e volò via.
Pensai una cosa che fece sparire il ronzio nella testa: ero rinato.

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